La nuova guida della Lonely su Palermo

Vi voglio parlare della nuova guida su Palermo della Lonely Planet uscita qualche mese fa, che ho subito comprato per una serie di motivi che vi spiegherò più sotto. Ho pure partecipato al #Palermobedda day. Andate a spulciarvi l’evento su twitter. Mi sono divertita un sacco!

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La guida offre il meglio di Palermo: un tascabile di facile uso, con foto e colori diversi per tenere sottomano le informazioni che ti aiutano a scoprire la città con dei pratici itinerari.

C’è pure una cartina estraibile con lo stradario, le indicazioni delle chiese e dei monumenti principali e la mappa dei trasporti (cartina che vale come una pepita d’oro del Klondike fino a quando non cambierà tutto con l’arrivo della metropolitana leggera). Poco più di 200 pagine dense di informazioni essenziali. C’è pure lo spazio per le tue note da scrivere di tuo pugno, ottima pensata!

Ho comprato la guida perché mi piace suggerire ai miei ospiti come vivere al meglio la città. E qui trovo tutto quello che mi può servire. Mancava una guida del genere perché:

  • È intima e colloquiale.

Chi l’ha scritta ha visitato Palermo più volte e poi sono state consultate persone del luogo che hanno dato il loro contributo per evidenziare i luoghi dove andare a mangiare, dove vivere la movida, dove comprare souvenirs e altro.

  • È alla portata di tutti.

Le informazioni date riguardano dove si trova il monumento, come raggiungerlo, orari di apertura e curiosità. Nessun tecnicismo. Ci sono altri tomi che descrivono nei dettagli i monumenti.

  • Non è noiosa.

C’è la parte dedicata allo shopping, ai pupi, alle curiosità, notizie utili su come programmare per tempo il viaggio e quale periodo dell’anno scegliere…

Insomma, ora non vi resta che decidere quando visitare Palermo, no?

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Cosa fare per Carnevale? Andiamo ad Acireale

Acireale sorge su un altopiano di origine lavica. Si trova in provincia di Catania ed è una delle cittadine tra le più popolose della provincia. Il paese è noto per il suo Carnevale, oltre che per l’Etna alle spalle, gli edifici barocchi e le Terme romane. Una volta arrivati a Catania in bus potete prendere la linea Zappala-Torrisi per raggiungere Acireale.

Acireale

Il Carnevale ad Acireale

I festeggiamenti per il Carnevale, come da programma, sono concentrati nelle prime due settimane di febbraio. Da anni è gemellato con quello di Viareggio e durante l’estate, la prima settimana di agosto, si ripropone la sfilata per i numerosi turisti che affollano la zona. I carri allegorici sfilano nel fine settimana lungo il centro storico del paese, palesando la maestria delle scuole che lavorano la cartapesta e dando poi manifestazione della propria grandezza esibendosi in punti precisi.

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Il Carnevale di Acireale vanta un’antica tradizione: le prime notizie storiche risalgono alla fine del Cinquecento. Grazie a un bando della Corte Criminale di Jaci (antico nome della cittadina) del 1612 si è a conoscenza dell’usanza di “giocare” al tiro di arance e limoni durante il Carnevale, che viene vietata per problemi di ordine pubblico. Dopo l’introduzione degli abbatazzi, i poeti popolari che improvvisavano sagaci rime lungo la strada e le piazze (si legge in questa fonte: “Abbatazzu è il nome di una maschera della tradizione siciliana, in particolare della provincia di Catania. E’ irridente a nobili ed ecclesiastici ma con l’autorizzazione della Chiesa. Con satira e derisione dei potenti, spopola durante l’antico e famoso Carnevale barocco di Acireale, nella provincia di Catania, gemellato con il Carnevale di Viareggio), e della cassariata, sfilata di carrozze trainate da cavalli con dentro i nobili della zona che lanciavano confetti agli spettatori. Altre maschere tipiche sono: i Baruni, maschera successiva del più famoso Abbatazzu, che “indossavano una grossa cappa, un cappellone a cilindro, nastrini sgargianti, grossi colletti, grosse catene, con portamento grossolano e bifolco. Facevano il verso alla nobiltà”. Poi c’erano i Manti e i Domino. I primi erano coperti da grossi mantelli di seta nera, nascondendo l’intera figura. Fu poi sostituita nel tempo dal Domino, che era una maschera completamente nera che celava l’identità, ma con vesti meno ricche. Il costume fu poi bandito per motivi di pubblica sicurezza nei primi anni del XX secolo, poiché alcuni malviventi usano travestirsi così per celare la propria identità e confondersi nella folla intenta a festeggiare il carnevale dopo aver compiuto delitti.(fonte)

Negli angoli di ogni strada bizzarri e spiritosi giochi popolari, come l’albero della cuccagna, il tiro alla fune e la corsa con i sacchi, giochi tornati alla ribalta da diversi anni. Un tocco di eleganza e di vivacità al Carnevale di Acireale viene conferito dalle macchine infiorate: le prime automobili addobbate richiamano il ruolo ricoperto dai “lando” durante l’Ottocento. Nel 1948 entra nel novero delle più rinomate manifestazioni a livello internazionale.(fonte)

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fonte

 

 

 

 

Cosa fare per Carnevale? Scopriamo le maschere di Mezzojuso e Termini Imerese

A poco più di quaranta chilometri da Palermo si trova Mezzojuso, un paese arroccato al confine della provincia con poco meno di 3000 anime, facilmente raggiungibile in macchina (o con i bus dell’Azienda Siciliana Trasporti)

Mezzojuso

Durante il Carnevale si mette in scena una pantomima che riprende, in chiave parodica, un evento storico accaduto nel Quattrocento: il conte Bernardo Cabrera decide di assaltare il palazzo Steri a Palermo per catturare la regina Bianca di Navarra, rimasta vedova di re Martino. Voleva impadronirsi del regno di Sicilia sposando la regina. Così l’ultima domenica di Carnevale, nella pubblica piazza di Mezzojuso, si mette in scena la rappresentazione che vede parecchie maschere prendere parte alla scena. Il più importante è il Mastro di Campo. Il dettaglio di come si svolge la manifestazione è presente nel sito della proloco del paese. Qui volevo solo descrivervi la maschera tipica. I tratti caratteristici sono: la presenza di una maschera di un rosso molto intenso, sopracciglia e baffi marcati e labbro superiore sporgente. Il suo scopo è sconfiggere il re per conquistare la regina. Per farlo dovrà mimare un combattimento al ritmo di un tamburo, agitando la sua spada qua e là anche contro il Pecoraro, che funge da nemico. Il Mastro di Campo dovrà affrontare vari assedi al castello, cadendo e rialzandosi poi miracolosamente illeso. C’è anche un utile pdf della Fondazione Buttita che potete leggere per approfondire. Le foto sono di Giovanni Franco, Giovanni Gagliardo, Nicola Schirò, Ignazio Gattuso, Melo Minnella e Gianluca Marrone.mastro di campo-disegno

La figura del Mastro di Campo la descrive Pitrè parlando del Carnevale palermitano del secolo scorso. Abbiamo un disegno di Salvatore Raccuglia che ben rappresenta quanto si legge nello scritto dell’etnologo sugli usi e costumi siciliani:

“La maschera del Mastru di Campu fu da me veduta fino al Carnevale del 1859 nel Borgo, e si rivede di tanto in tanto là e nel rione dell’Alberghiera, dove la civiltà progredente non ha saputo né saprà ancora per anni penetrare. Un uomo vestito alla spagnouola con maschera giallo-arancina, con enormi baffi, si arrampica sur una scala sostenuta da altre maschere, sulla quale uno schiavottino, fanciullo in costume moresco, con una spada sguainata in mano gli impedisce di salire. Il Pappiribella, che così anche dicesi da alcuni il Mastru di campu, s’arrabatta in tutti i modi per dare la scalata; ma quando per gli atti minacciosi del moretto a più della scala ne è impedito o ritardato, si morde le mani, si contorce mostruosamente, con indicibile soddisfazione del popolo spettatore”. (Pitrè – vedi anche le pagine 24-27)

 

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Dal testo Il Mastro di Campo della Fondazione Buttitta sono tratte queste immagini d’epoca.

Mastru e tamburino-immagini d'epoca

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Nelle immagini successive troviamo il Mastro di Campo che si agita prima al ritmo dei tamburi, poi lotta con il Pecoraro che si finge più volte morto e infine il Mastro tenta la salita al castello da cui platealmente cade di spalle. Dopo la rovinosa caduta, si riprende per sferrare l’ultimo attacco.

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L’altra grande cittadina in provincia di Palermo dove si ha un carnevale storico è Termini Imerese.

Termini

Il Carnevale di Termini Imerese ha origini nel lontano 1876 come ci dimostrano alcune ricevute di pagamento che attestano la presenza di una società che si occupava di organizzare la festa. Gli studi sono stati condotti da Giuseppe Longo e riportati online sul sito della ProLoco. Le maschere tipiche sono la figura de U Nannu e A Nanna. Il primo è rappresentato come un vecchietto che indossa abiti logori, dalle guance rosse e pacchionello. Era imbottito di stoppa e poi dato alle fiamme, a rappresentare la fine del vecchio, del passato, del tempo andato, che fa spazio al nuovo, inteso come rigenerazione e prosperità. Nella descrizione che ne da Longo si legge che “veste una giacca damascata, panciotto, calzoni, scarpe e bastone da passeggio come in uso nella piccola borghesia locale. Il vegliardo, acclamato dalla folla, risponde allegramente e, talvolta, saluta cordialmente agitando in mano un fazzoletto oppure mostra alla folla dei bei rossicci ravanelli o una pianta di finocchio, oppure una corda di salciccia”. La Nanna è una sorta di alter ego al femminile del Nannu ed è rappresentata come una donna alta e magra che indossa un cappello vistoso e una veste ricamata. Di solito muove con la mano un fiore: un broccolo e dei ravanelli, mazzolino consegnato dallo stesso Nannu.

ricevuta di pagamento carnevale termitano

Una delle quattro ricevute della Società del Carnovale, datate 1876. (foto e proprietà F. La Mantia, pubblicate su sua autorizzazione). Molte altre foto si trovano sul sito della proLoco di Termini. Si legge nella loro pagina che “il documento è una ricevuta di pagamento di due mensilità alla società del Carnevale, da parte del socio Giuseppe Patiri ed è data 1876. Custodita dal collezionista termitano Francesco La Mantia, è stata individuata da Giuseppe Longo, socio della Pro Loco, che nel 1997, su incarico dell’allora amministrazione comunale e della Pro Loco, ha curato una mostra sulla storia del Carnevale Termitano allestita nei saloni del Circolo Margherita”.

foto di repertorio - proloco termini

 

antico carnevale

 

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Cosa fare a febbraio in Sicilia? Diamoci sotto con il Carnevale

Gennaio è un periodo un po’ balordo nella gestione di un lavoro come il b&b: scarseggiano le prenotazioni e la concorrenza è tanta. Però Gennaio mi aiuta a chiarire le idee, a riprendere fiato, a trasformare i pensieri in azioni e soprattutto mi serve perché c’è da sistemare le camere per la stagione estiva (tinteggiatura, persiane da sistemare, letti da rigirare, lampadari da smontare e lucidare, tende e tappeti da lavare) e perché approfondisco la conoscenza delle meraviglie che caratterizzano questa splendida isola e, cosa non da poco, sperimento nuove ricette da proporre per colazioni vegane, vegetariane e diversamente siciliane! Alla fine c’è sempre da lavorare! E d’ora in avanti, visto che in questo mese inizia, avrò modo di dedicare al Carnevale in Sicilia dei post tematici.

Significato del termine e origine della festa

Il termine Carnevale ha diverse accezioni. Secondo il Basile la parola potrebbe avere tre significati:

1) carnis levare, sollievo alla carne

2) carni levamen, togliere le carni

3) carni vale, addio alla carne

Pensando al periodo di eccessi tipico di questa festa, dai bagordi tra vino e la sfera sessuale… L’origine del Carnevale, scrive il Basile, la si fa derivare da un antica festa greca che durava tre giorni, Antesterie, che avevano Dioniso protagonista indiscusso e si portava in giro un carro a forma di nave con sopra il dio che doveva rigenerare il mondo (la festa era in prossimità della primavera) con attorno gente “ubriaca ed eccitata”. A Palermo le notizie sulla festa risalgono alla fine del Cinquecento.

Come si festeggia in Sicilia?

Il Carnevale è una festa molto sentita in Sicilia, dove sono tanti i paesi che si contendono il primato del più affascinante spettacolo, con carri allegorici e maschere della tradizione. Grazie alle risorse trovate in rete, al libro del Basile (già citato qui e anche qui) e al gruppo Siculomania (iscrivetevi! le notizie che riguardano la Sicilia sono numerose e spaziano dalla fotografia alle notizie storico-culturali) ho potuto fare una raccolta dei luoghi dove ancora si festeggia in grande: carri allegorici, maschere della tradizione popolare insieme a salsicce e coriandoli e vino a volontà.

Questo interessante pdf lo voglio condividere con voi: Pitré ha parlato del Carnevale, dedicando alla festa il vol. XIV della Biblioteca delle Tradizioni Popolari Siciliane, Usi e costumi. Credenze e pregiudizi del popolo siciliano, 1889. Trattato interessante e ricco di spunti,  dove si mette in luce un concetto applicabile anche ai tempi attuali: “certo chi volesse farsi un’idea dell’antico Carnevale siciliano, non potrebbe, senza cadere in grossolano errore, guardare al Carnevale presente perché ben poche feste periodiche dell’anno furono più caratteristiche, più clamorose di queste, nelle quali la innata passione del popolo pel divertimento e pel sollazzo trova pabulo e sviluppo”. Il medico etnologo palermitano ha anche menzionato, come si legge nel suo libro, il Nannu di Carnalivari, la personificazione del Carnevale, e ce lo descrive così: ” fantoccio di cenci, goffo e allegro, vestito da capo a piedi con tanto di berretto, collare e cravattino, panciotto bacche e scarpe ai piedi. Si adagia su una seggiola con le mani in croce sul ventre; ovvero lo si mena in giro. Più comunemente è una maschera vivente che su un carro, su un asino, una scala, una sedia, va accompagnato e seguito dal popolino che dietro grida, urla, fischia”. Le foto di Paolo di Salvo del Carnevale del 1979 sono davvero esplicative.

Pitrè

Sapete come l’ho festeggiavo io?

Mi piace ricordare che mi sono sempre vestita in maschera, partecipando a tema anche con i carri allegorici. Però per me il Carnevale non è altro che il compleanno di mio fratello, nato a metà febbraio quasi sempre tra giovedì e martedì grasso, che veniva festeggiato in casa con tanti amici suoi più alcuni dei nostri (siamo in quattro, mica giuggiole! A voi tirare le somme) e rigorosamente vestiti in maschera. Ma ve lo immaginate? Da mamma pensare ora di organizzare in casa una festa per mio figlio e cinque suoi amichetti mi va venire voglia di scappare a gambe levate e mollare tutto. Invece mia madre non si scomponeva affatto quando si trattava di accogliere quasi una ventina di bambini scalmanati che seminavano il terrore per le stanze della casa, dal salotto dove si festeggiava alla camera da letto della nonna dove ci si nascondeva, spandendo negli angoli più remoti della casa coriandoli e stelle filanti che venivano ritrovati a ferragosto. E si, sono stati anni di feste in maschera e dolci tipici. E siccome abitavo in Sardegna ecco che in ordine di goduria andavo pazza per: ravioletti di mandorle (per i quali ancora oggi potrei fare carte false), parafrittusu, zeppoleis meravigliasa (nome in sardo per chiamare le chiacchiere) che mia madre e mia nonna, alacremente, preparavano a mano per il grande evento, in rigoroso silenzio, lasciando lievitare gli impasti nel calore del focolare e parlando a bassa voce come in una sorta di rito magico.

Apro una piccola parentesi e vi racconto con queste immagini il mio Carnevale. L’amore per la Spagna lo coltivavo fin da piccola. Mettevo quel vestito, comprato da mio padre durante un viaggio a Malaga, anche in occasioni diverse dal carnevale: insomma, da bambina spagnola a ragazza pagliaccio fino a rasentare il ridicolo in versione adolescente metal-trash. Poi ho smesso di mascherarmi. O forse il costume da pagliaccio non me lo sono mai tolta…

fotocarnevale

Dicembre: apparecchiamo le nostre pance!

Finalmente è arrivato. L’ultimo mese dell’anno con le giornate più corte, le piogge improvvise, l’odore delle caldarroste agli angoli delle strade, i passi frettolosi di chi torna a casa, con i buoni propositi per il nuovo anno, con i bilanci di quello appena trascorso. Ah, Dicembre… fa tanto “casa dolce casa”: con le prime nevi sui monti, le vetrine addobbate, le vacanze imminenti. Dicembre è anche il mese dove si mangia di più, dove si continua a ripetere “da domani a dieta!” (ma si tratta, ovviamente, di un imprecisato giorno di un ipotetico anno solare) ma si mangia tanto e quanto il giorno prima, dove anche quando non ce la si può fare… l’arancina della nonna la si deve mangiare! E ricordiamoci: il mangiare è fimmina, preparato da fimmine, che siano esse casalinghe o monache.

Dopo di che, ti sentirai sbutriato ma sarai enormemente, incommensurabilmente, F-E-L-I-C-E.

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Sbutriato: questa parola siciliana mi ha affascinato fin dalle prime volte che ebbi modo di sentirla da un cugino di mio marito che, dopo luculliani pranzi festivi, intercalava ogni momento con un Raffaè, tutto a posto? a un Raffaèoggi la finiremo sbutriati. Ho chiesto agli amici dello StrEat Palermo Tour una consulenza culinaria-lessicale e così ho avuto modo di verificare il possibile significato della parola. Affermano che, considerate le origini anche spagnole del siciliano, ci potrebbe essere un’assonanza con la parola buitre che in italiano si traduce con avvoltoio, mangiare come un avvoltoio. Dunque comer como un buitre = que comes mucho y en poco tiempo. Puede ser que también porque no aprecies la comida ni el sabor. Solo quiere comer. E nel caso siciliano si mangia per apprezzare pranzi, cene, merende e pure prediligendo il gusto. Perché per i siciliani, scrive il Basile, la cucina è cultura e soprattutto piacere. Ed è il nostro professore a risolvere ogni dubbio. Ha gentilmente risposto alla domanda rivoltagli e così sappiamo che all’infinito (tempo verbale) il termine fa “sbutrari, cioè mangiare avidamente. Secondo il professore Giarrizzo viene da un termine greco che indica la pancia gonfia.” Ma secondo il Basile c’è una connessione anche con il termine buturu, che in siciliano è l’avvoltoio. Ovvero lo spagnolo buitre.

Non so a voi, ma a me è venuta fame solo a pensare.

Quali sono gli appuntamenti dove onoriamo, con una ricca tavola imbandita, i Santi della tradizione?

La Sicilia è così variegata che un aspetto del suo essere può brillare di luce diversa anche ci si sposta di mezzo chilometro. Uno di questi aspetti è il cibo. Ecco quali sono le date che dovete segnalare alla vostra pancia, se volete venire a Palermo a dicembre:

8 dicembre – Immacolata Concezione

13 dicembre – Santa Lucia

25 dicembre – Natale

31 dicembre – Capodanno

La festa dell’Immacolata Concezione, la Festa della Madonna, a Palermo si festeggia con la solenne processione che dalla Chiesa di San Francesco D’Assisi porta alla piazza antistante la Chiesa di San Domenico passando da via Roma. Nella piazza c’è una colonna di marmo eretta grazie alle spese sostenute da Carlo VI d’Austria. La statua fu modellata da Giovan Battista Ragusa.

La sera prima, il 7 dicembre, si usa mangiare lo sfincione.

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Lo sfincione è il tipico cibo da strada. Lo si trova ovunque, in panificio come pure sotto casa mia, dove passa la domenica mattina il tipo con carretto ambulante. La parola deriva dal latino e significa spugna. È una sorta di focaccia molto alta e morbida, spugnosa appunto, e molto simile alla pizza. Si condisce con cipolle, aggiughe, pomodoro, origano, pangrattato e caciocavallo. Alcuni hanno l’ingrediente segreto: il provolazzo, la polvere della strada, condimento per alcuni imprescindibile e ricco di gustosità variegate. Potrete assaggiare questo gustoso elemento tipico dello street food prenotando il tour con Marco.

Nella mia famiglia lo prepara quel grande uomo di mio suocero.

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Per me resta e resterà il migliore. Ha il sapore della lentezza, delle cose fatte in casa con tempi e modi regolati da questa grande persona. Grande uomo. E grande fame. Perciò vi lascio e vado a mangiare che è beddu cavuru!

Cosa vedere a Palermo: un viaggio nel tempo nella Sicilia del Museo Geologico

Uno di questi pomeriggi appena trascorsi ho (ri)visitato, insieme al piccolosiciliano e a una amica con figlie al seguito, un museo visitato il mese scorso durante una manifestazione. Mi ha così entusiasmato la prima volta che ho deciso di rivederlo e di portarci pure le future generazioni. Ci siamo divertiti tanto. Strano a dirsi di un museo, vero? Ma questo è fatto così bene e così chiari sono i diorami e le spiegazioni esposte nei cartelli che non puoi fare a meno di entusiasmarti anche tu. Si, proprio tu che hai visto tutte le chiese possibili e inimmaginabili di Palermo. Si, proprio tu! Perché non vai a visitare questo bel posto?? Di chi sto parlando? Ma di lui: il Museo geologico Gaetano Giorgio Gemmellaro in corso Tukory.

Il Museo con le sue otto sale articolate su più piani custodisce oltre 600mila reperti, tra i quali si ritrovano quelli riguardanti la storia geologica della Sicilia. Eccola qua sotto la nostra Sicilia in una ipotetica ricostruzione su come eravamo all’epoca dei dinosauri… sott’acqua! Un’acqua però cristallina e ricca di vita.

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La storia del Museo Geologico dell’Università degli Studi di Palermo inizia con la fondazione della Regia Accademia degli Studi istituita nel 1779 dal re Ferdinando I di Borbone. Nel 1838 Pietro Calcara mise mano ad un riordino delle collezioni del Gabinetto di Scienze Naturali formando il primo consistente nucleo del Museo. Nel 1860, con l’arrivo a Palermo di Gaetano Giorgio Gemmellaro, viene fondato il Museo Geologio che in breve diventerà una delle più prestigiose istituzioni mussali della città di Palermo ed uno tra i principali musei geologici e paleontologici europei. Il museo è ospitato nella sede di Corso Tukory.

Ogni sala quale reperti conserva?

La prima sala, chiamata Burgio, al momento non era disponibile per la visita perché stanno effettuando dei lavori di miglioramento. In questo spazio sono presenti vetrine tematiche che ospitano le rocce ignee provenienti da diversi edifici vulcanici siciliani, attivi e spenti (Etna, Eolie e Isola Ferdinandea). Nella sala c’è anche un soppalco dove sono presenti vetrine dedicate ai differenti gruppi animali esposti in ordine sistematico: dagli organismi unicellulari ai vertebrati. Nella sala del Permiano sono esposti fossili risalenti a 300-250 milioni di anni fa. Vi si trovano i più antichi fossili siciliani provenienti dalla Valle del fiume Sosio. Il diorama mostra l’ipotetica ricostruzione del fondale marino del Permiano, ultimo periodo dell’era Paleozoica.

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Nella sala del Triassico, primo periodo dell’Era Mesozoica, ci sono fossili risalenti a 250-200 milioni di anni fa e un grande dipinto mostra un fondale marino con al centro delle raffigurazioni tridimensionali che rappresentano i fossili tipici rinvenuti nelle rocce siciliane del periodo. La sala del Giurassico ha reperti risalenti a 200-150 milioni di anni fa. Sono esposti esemplari di cefalopodi e un modello di ammonite sezionata ci dà l’idea di come fossero complessi internamente. Nella sala del Cretaceo, ultimo periodo dell’Era Mesozoica databile tra 145-65 milioni di anni fa, sono conservati reperti di rocce formatesi in ambienti diversi. C’è poi un enorme dipinto che ricostruisce un ambiente di scogliera del periodo. Nel corridoio che porta alle sale successive è esposta (al momento ci sono lavori in corso ma è comunque visibile) la ricostruzione in scala naturale delle mascelle di Carcharodon megalodon, il più grande squalo vissuto sulla terra la cui lunghezza poteva raggiungere 18 metri. La sala dei cristalli custodisce, invece, diversi minerali risalenti al Messiniano, 7 milioni di anni fa, come zolfo, salgemma, celestina e gesso. Tra i campioni anche un cristallo di gesso contenente una goccia di acqua dell’antico mar Mediterraneo.

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La Sala dell’Uomo è dedicata interamente a Thea, scheletro di donna del Paleolitico superiore proveniente dalla grotta di San Teodoro (Acquedolci, Messina) di cui è stato ricostruito il volto. Nella sala vi è anche la riproduzione della ricostruzione e una grotta con gli uomini della preistoria. Nell’ultima sala, chiamata sala degli Elefanti, si ritrovano i reperti delle faune che popolarono la nostra Sicilia durante il Pleistocene medio, cioè 500-120 mila anni fa, tra i quali gli elefanti nani.

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Dove si trova e come lo si può raggiungere dal b&b?

Il museo si trova in Corso Tukory 131. Per raggiungerlo dal b&b potete prendere il 118 o il 108 da via Goethe. Fermatevi alla prima di via Ernesto Basile e dirigetevi verso il mare, come se si volesse andare alla stazione centrale, mantenendo la sinistra. Il museo si trova a circa 200 metri dalla fermata del bus.

Quanto costa il biglietto?

Il biglietto costa 3 euro per gli adulti, 2 euro è il prezzo del ridotto, mentre per bambini al di sotto dei 6 anni non si paga ticket. Il prezzo sale a 5 euro per una visita guidata. Consigliatissima! Perché insieme ai ragazzi dell’associazione Petra farete un viaggio nel tempo che vi condurrà alla scoperta di una Sicilia come non l’avete mai vista.

Cosa vedere a Palermo: Chiesa dell’Immacolata Concezione

Nel cuore di Palermo, all’interno del Capo si trova una delle tante chiese con effetto “uaooo…”. L’effetto di stupore lo dà il contesto del mercato e la sobria facciata, così sobria che tante volte sono passata accanto senza rendermi conto che c’era effettivamente una chiesa. I primi anni che ero a Palermo perfino il panettiere non faceva altro che raccomandarsi: “Signorina allora (allora si che… ero signorina) l’ha vista la chiesa del Capo, ah?”.

Sono rimasta anni a cercare la chiesa del Capo. Mi ostinavo a guardare nelle guide una chiesa chiamata Del Capo, oppure passavo e ripassavo nella via principale del mercato e non riuscivo a vederla…  solo dopo tanti tentativi (leggi: o chiusa o ero rimasta senza un soldo per entrare dentro – ebbene, si paga l’obolo ma ne vale la pena) sono riuscita a scovarla tra le bancarelle. Non tanto grazie ai miei superpoteri dormienti, quanto all’apposita segnaletica applicata, finalmente.

Dunque, se non ci fate più che attenzione possibile che la chiesa sfugga anche a voi, che sarete stregati dagli aromi del bancone delle spezie o di quelli poco prosaici delle acciughe sotto sale. Troverete la sobria facciata della Chiesa incorniciata dalla frutta e dalla verdura, salite quei pochi gradini che vi porteranno all’interno e vi ritroverete immersi in un barocco mozzafiato.

Ricordate: la chiesa si chiama dell’Immacolata Concezione! Ecco una breve cronistoria. Costruita tra il 1604 e il 1612 su progetto dell’architetto Orazio Lo Nobile, in origine era annessa all’omonimo monastero benedettino, edificato nel 1576 dalla nobildonna Laura Imbarbara, moglie di don Sigismondo Ventimiglia. Negli anni Trenta il monastero venne demolito per far posto al Tribunale odierno. La chiesa si presenta con un’unica navata: all’ingresso si trova il coro, davanti c’è l’altare maggiore con la tela dell’Immacolata Concezione dipinto da Pietro Novelli nel 1637, ai lati degli altari, due per lato, tutto intorno un’esplosione di marmi decorati, putti e statue. Sono inoltre da ammirare e ri-ammirare i paliotti ad intarsio marmoreo policromo che si trovano nelle pareti laterali, il pavimento dai marmi commessi e dalla ricca simbologia, il soffitto impreziosito dagli affreschi, il coro che sovrasta l’ingresso, i putti, i decori barocchi… Insomma, dedicateci almeno un’ora per ammirarla a dovere. Riempitevi gli occhi di questa meraviglia. 
Qui volevo solo farvi rivivere la “scoperta” della chiesa durante una delle mie passeggiate all’interno del mercato. Per completezza vi lascio un link dove troverete in dettaglio la descrizione della Chiesa accompagnata da fotografie. In questo collage trovate le foto che ho scattato io durante l’apertura straordinaria della chiesa per la manifestazione La città adotta un monumento.

 

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Non potete visitare Palermo e non vedere l’Immacolata Concezione. E non ditemi che non avete tempo sufficiente per visitare tutte le chiese. Lei è a solo due minuti dal nostro b&b, non potete non trovare mezzora. Al massimo, dovete assolutamente ritornare perché Vale la pena, credetemi.