Cosa vedere a Palermo con i bimbi: Museo di Zoologia Doderlein

Lo scorso sabato sono stata al museo di Zoologia insieme a mio figlio, appassionato di animali ma anche di statue, pianeti, quadri, conchiglie raccolte in spiaggia e figurine di Oggy e i maledetti scarafaggi… Si trova nei locali dell’Università e l’intera collezione si trova in un enorme stanzone con alcuni diorami che riproducono gli ambienti degli animali e delle teche lungo i muri. Quella mattina eravamo gli unici visitatori e un santo subito ragazzo ci ha accompagnato a conoscere l’intera collezione, rispondendo alle domande più strambe poste da mio figlio. Un’ora trascorsa in piacevole compagnia di quello che è il luogo di ricerca zoologia e di diffusione della cultura scientifica il cui nucleo risale alla seconda metà del XIX secolo (diretto da Pietro Doderlein). Grazie al mantenimento delle strutture e degli arredi all’interno del museo si respira ancora oggi l’atmosfera di interesse per il mondo animale che caratterizzò i ricercatori e gli studiosi della seconda metà dell’ottocento.Basti ricordare le relazioni sui grandi viaggi di esplorazione cartografico-naturalistica e la pubblicazione dell’opera di Darwin sull’origine delle specie. Ma ancora di più, potrete immaginare di trovarvi tra le barche della marineria palermitana dell’epoca dove Doderlein acquisiva esemplari di ittiofauna locale che poi venivano magistralmente trasformati in preparati a secco nel “Gabinetto di Zoologia ed Anatomia comparata”.

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Si! Sembra proprio di fare un salto nel passato. Ed è una visita consigliata a chi ha bambini.

Potette viaggiare nel tempo, osservando una collezione vasta e che spazia dai mammiferi fino agli insetti. Una visita guidata in compagnia dei ragazzi che gestiscono il museo è consigliata, però ci sono anche a disposizione delle audioguide che vi accompagnano nella scoperta del patrimonio conservato all’interno. Ma nessuna audioguida vi racconterà del leone Ciccio e vi mostrerà dove è conservato il suo  teschio.

Quando ci siamo confrontati con uno più alto di noi, qualcuno non era poi molto convinto. Punti di vista…

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Cosa vi troverete di fronte quando entrerete nel Museo? ecco una panoramica delle collezioni presenti.

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  • Pesci: sono conservati oltre 1200 esemplari del mondo sottomarino mediterraneo e siciliano precedente allo sfruttamento e al degrado attuale. sono presenti gli storioni pescati nel fiume Oreto
  • Rettili: la collezione comprende 500 esemplari conservati in alcool o in secco della maggior parte delle specie presenti in Sicilia
  • Mammiferi: ci sono 200 esemplari impagliati che provengono dalle diverse regioni europee, asiatiche, africane e americane. Sono presenti degli esemplari di lupo siciliano (un cucciolo e un adulto) estinto nel 1935.
  • Uccelli: dei 1700 esemplari presenti, 1000 appartengono alla collezione originaria di Doderlein. La collezione comprende decine di specie importanti per l’avifauna della Sicilia. Sono conservate le specie estinte della nostra isola: Grifone, Gufo reale, Gallina prataiola)
  • Invertebrati: sono conservati esemplari di Coleotteri, Lepidotteri e Ortotteri. Sono presenti anche circa 500 esemplari di invertebrati marini conservati in alcool o formalina.

 

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Dove si trova? Come raggiungerlo dal b&b?

Il Museo si trova in via Archirafi 16, traversa della nota via Lincon (zona stazione). Dal nostro b&b potete prendere o il 122 da Corso Finocchiaro Aprile o arrivare al Politeama dove potete prendere o il 101 o il 102. Scendere alla stazione centrale. Da lì a via Archirafi ci sono circa dieci minuti a piedi. Scendendo verso il mare, è una traversa sulla destra di via Lincon. Il museo è nella sede universitaria.

Orari di apertura?

Durante la settimana è aperto solo al mattino. Il sabato dalle 10 alle 17. Consultate sempre e comunque il sito del museo.

 

 

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Comitato Addiopizzo: vivere dentro Palermo.

“Ma a Palermo c’è ancora la mafia?”

Non mi piace la domanda. Ma ciò non significa che il problema non esiste. E così rispondo: “C’è. Ma non si vede“. E davanti a questo enigma si apre uno scenario variegato, con notizie, per fortuna, per lo più positive (tra arresti e denunce). Una di queste è Addiopizzo, sinonimo di radicale cambiamento delle coscienze.

Comitato Addiopizzo. Cos’è?

L’Associazione di volontariato Comitato Addiopizzo nasce spontaneamente dal basso nell’estate del 2004. Obiettivo: lotta contro il racket delle estorsioni mafiose. Uno dei principali strumenti realizzati dall’Associazione è la campagna di consumo critico Pago chi non paga, pratica collettiva che impegna i cittadini-consumatori a compiere i propri acquisti presso le imprese e gli esercizi commerciali che non si piegano ai fenomeni mafiosi. La campagna è la strategia dell’Associazione per diffondere un’economia di legalità. Coloro che acquistano in tutte quelle attività libere (sia coloro che hanno denunciato sia coloro che preventivamente si tutelano) dal fenomeno estorsiv0 fa sì che i propri soldi non finanzino la mafia.

“Con tale prassi si contribuisce a creare condizioni favorevoli perché sempre più commercianti e imprenditori decidano di denunciare i propri estorsori non si può infatti pretendere che chi esercita un’attività economica denunci se l’ambiente in cui si vive e opera è indifferente alla piaga dell’estorsione.”

Tutti possono aderire. Sono quasi 1000 le attività che a Palermo hanno sottoscritto il manifesto dell’Associazione, dopo aver compilato un modulo dove pubblicamente si afferma la propria intenzione di denunciare atti mafiosi.

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Anche noi, nonostante non avessimo mai ricevuto minacce, abbiamo aderito. Con ritardo. Colpa della mia ignoranza. Pensavo che l’Associazione fosse riservata solo ai commercianti, di solito quelli più tartassati, come lo sono tutti coloro che hanno un’attività con vetrina su strada. Invece è rivolta a tutti. Perché, per cambiare le coscienze, si deve partire dal basso: dai cittadini palermitani-siciliani. E quello che più conta è la forza della rete. Ecco cos’ha Addiopizzo: l’appartenenza a una rete dalle maglie anno dopo anno sempre pù strette ha confermato il valore deterrente dell’appartenenza al comitato. La scelta dei commercianti e degli imprenditori di aderire al circuito Pago chi non paga ha efficacia come deterrente. Questo è testimoniato anche dalle intercettazioni che risalgono al 2012

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Addiopizzo a scuola

L’Associazione punta molto sulle nuove generazioni: il cambiamento parte proprio dai ragazzi. E un punto di forza di Addiopizzo è l’intervento nelle scuole come azione necessaria per un cambiamento culturale, per sensibilizzare i ragazzi alla prassi del consumo critico e per incentivare il dialogo all’interno della famiglia sui temi della mafia. Nasce nel 2006 Addiopizzo Junior e Young e ora potete trovare le loro iniziative nel blog.

Addiopizzo travel

Nato nel 2009 da una costola del comitato, Addiopizzo travel si occupa di organizzare pacchetti turistici e viaggi d’istruzione che permettono al visitatore di conoscere la Sicilia in tutte le sue sfaccettature: dalle bellezze naturalistiche e artistiche alle idee e azioni che pongono in essere coloro che lottano quotidianamente contro la mafia. Di fatto è una declinazione della strategia del consumo critico applicata al settore del turismo. Si appoggia solo a fornitori iscritti a Addiopizzo. E chi decide di viaggiare con Addiopizzo travel ha la garanzia che neanche un soldo di ciò che spende per le sue vacanze sovvenzionerà in qualche modo le casse della mafia. Una scelta pizzo-free per chi vuole dare il suo contributo pur non vivendo in Sicilia, ma che è comunque consapevole che ogni settore è sotto scacco di questo fenomeno e che basta fare rete per evitare il diffondersi della malacarne.

Viaggia responsabile: scegli addirizzo travel.

La nostra esperienza

Mi ha parlato dell’Addiopizzo travel il mio collega Vincenzo del b&b La Dimora del Capo. Non credevo si potesse aderire. Invece sono stata piacevolmente smentita. Ho firmato il protocollo di adesione nella loro sede in via Lincon, bene confiscato alla mafia, dove venivano smerciate sigarette di contrabbando con un enorme salone blindato e annessa botola di fuga verso l’altra parte della strada. Quel giorno venivano fieramente ospitate due classi di ragazzi delle medie che ascoltavano attentamente una lezione di legalità. I giovani. Il nostro futuro.

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Il borgo più bello dell’anno 2015: conosciamo meglio Montalbano Elicona

Montalbano Elicona è stato eletto, tra i venti finalisti, il borgo più bello dell’anno grazie al webvoting del noto programma televisivo Alle Falde del Kilimangiaro, in onda su Rai3. Il piccolo paese, con meno di 2500 abitanti, si trova in provincia di Messina e dista da Palermo circa 200 chilometri. Nel suo centro storico è presente un antico castello residenza estiva di Federico II d’Aragona, del XIII secolo. La sua bellissima posizione, sul versante destro della valle del torrente omonimo, lo rende un luogo affascinante. Si compone di due nuclei: uno antico, dall’irregolare tessuto medievale, serrato sulla cima rocciosa, intorno al castello; l’altro nella parte più bassa, con un impianto più regolare dato dalla modernizzazione successiva.

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L’anno scorso, invece, il titolo di Borgo più Bello dell’anno era toccato a Gangi.

Montalbano Elicona: origine del nome

La prima parte del nome è un composto di mons (monte) e albanus, da albus, bianco. In specifico, si riferisce all’antico nome del monte dove venne edificato il castello di Federico d’Aragona. Gli studiosi non sono concordi sulle origini del paese e del suo nome. Alcuni fanno risalire tale origine dai nomi latini mons albus con riferimento ai monti innevati, altri al nome arabo al bana, dal suggestivo significato di “luogo eccellente”. L’appellativo Elicona risale senz’altro alla colonizzazione greca. Durante il periodo della colonizzazione (VII-VIII secolo a.C.), i Dori, pensando al mitico monte delle Muse, chiamarono Helikon un sito, coincidente con l’altura su cui sorge il borgo medievale ed un torrente vicino il cui andamento tortuoso giustifica l’appellativo. (fonte)

Cosa fare e vedere

1) Castello

Per i cenni storici seguite il link. Il castello è stato edificato nella forma attuale tra il 1302 e il 1311 ed è l’unico esempio riconosciuto in Sicilia di palazzo residenziale trecentesco. L’apertura al pubblico del castello è prevista da Aprile a Ottobre, da Martedì alla Domenica, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 20:00. Negli altri mesi rimane aperto nei giorni prefestivi e festivi, ad esclusione dei giorni 25 Dicembre e I Gennaio.

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2) I Megaliti

C’è una zona, tra Argimosco, Elmo, Losi, Mattinata e Zilla, conosciuta come La Stonehenge di Sicilia, dove si ritrovano affioramenti di arenarie adatte alla costruzione di calendari astronomici per la determinazione dei solstizi e degli equinozi, con riferimenti mediante menhir. Queste rocce recano i segni di civiltà millenarie e in alcune di queste si riconoscono figure mitiche come l’Aquila, animale privilegiato che collega la terra al cielo e che indica la collocazione della Necropoli, costituita da dolmen con annessa camera funeraria e da una grande quantità di cubburi (manufatti in pietra con struttura a cupola semisferica). Di epoca successiva sono alcune tombe scavate nelle masse rocciose. Alta e imponente, scolpita sul profilo di una massa rocciosa, si staglia la figura della Dea Neolitica (l’Orante) posta in allineamento con la direzione ovest che ne esalta il profilo al tramonto del sole, ora della giornata adatta alla preghiera. Sulla sommità della roccia è scavata la vasca per la raccolta delle acque battesimali. Due menhir celebrano i riti della fecondità  e dominano la fonte intorno alla quale si celebravano gli incontri per la procreazione. Sono esaltati anche il culto del Sole, della Vita, della Morte e della Preghiera insieme con i riti propiziatori della pioggia e della fecondità della terra, degli animali e degli uomini.

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3) Il bosco di Malabotta

La riserva naturale orientata, di circa 32 Kmq,  è un interessante itinerario naturalistico, inserita tra la fine dei monti Nebrodi e l’inizio dei monti Peloritani. La riserva è stata istituita nel 1997 e il suo patrimonio ecologico è notevole sia per l’integrità che per la diversità di flora e fauna di cui è caratterizzata. Nel sito del comune trovate le indicazioni per raggiungere il posto.

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4) Feste Aragonesi

Se passate in Sicilia in agosto non perdetevi questa manifestazione. Si rievoca l’ingresso del re Federico II d’Aragona a Montalbano. Secondo quanto riportato dagli archivi storici, il sovrano si recava saltuariamente e per brevi periodi a Montalbano, accompagnato dalla sua corte e dal suo consigliere e medico personale Arnaldo da Villanova. La rievocazione è quindi un modo per mantenere vivo il legame con la storia e con il territorio, festeggiando l’identità di una comunità intera e regalando al pubblico la possibilità di un tuffo nel passato. (fonte)

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Panoramica delle foto di Guido Giannone

 

(fonte del post)

La Pasqua in Sicilia

A Pasqua ogni siciliano si sente non solo spettatore ma attore, prima dolente, poi esultante, d’un mistero che è la sua stessa esistenza

Gesualdo Bufalino, La luce e il lutto, 1988

La primavera si è fatta attendere. Ma finalmente l’esplodere della natura coi suoi profumi, i suoi colori, i chiaroscuri del cielo e del mare sembra non sia più un miraggio. Questo cambiamento che sottolinea il passaggio dall’inverno alla primavera precede l’arrivo della Pasqua e di tutte le manifestazioni a essa collegata. Infatti, dalla Domenica delle Palme, che quest’anno cade il 29 marzo fino alla Pasqua, il 5 aprile, sono tante le rappresentazioni e le processioni che si svolgeranno in ogni città, grande o piccola, della Sicilia intera. I cortei sono formati nella parrocchia e con le associazioni di riferimento e dalle numerose confraternite e corporazioni di arti e mestieri che sovrintendono a tutto l’apparato teatrale ricco di simbologie e di contenuti che attraversano tutti gli stadi emotivi: dal dolore di Maria alla gioia esuberante per la resurrezione di nostro Signore. Complessa è la simbologia e il sostrato culturale che caratterizza ogni paese e le sue tradizioni.

Il periodo è chiamato Settimana Santa e culmina con la domenica di Pasqua.

I riti della Settimana Santa, diventati di grande richiamo turistico, rappresentano i momenti cruciali della Passione del Cristo, come descritto nei Vangeli. I rituali religiosi salienti sono distribuiti durante la settimana a partire da:

  1. Domenica delle Palme.
  2. Quarantore
  3. Giovedì Santo
  4. Venerdì Santo
  5. Veglia Pasquale
  6. Pasqua

san biagio platani

San Biagio Platani

Come si festeggia a Palermo?

Evelin, nel suo interessante articolo, ci disegna un quadro generale approfondendo poi i prodotti che arricchiscono la tavola. Vi consiglio di leggere il suo articolo fino alla fine.

A Palermo la “Settimana Santa” è un periodo  ricco di rituali religiosi. Si comincia con la Domenica delle Palme durante la quale tutta la città è gremita di venditori di rami di ulivo dipinti d’oro e d’argento e di originalissime palmette intrecciate. Il Giovedì Santo nelle Chiese vengono allestiti i “santi sepolcri”, con piccoli giardini creati dalle donne più devote su piatti di ceramica dove crescono germogli di grano o legumi, adornati con nastri colorati. La sera si svolgono i “giri dei sepolcri” per decretare il più bello. Per scaramanzia se ne devono visitare un numero dispari. Il Venerdì Santo si realizzano le processioni nelle varie parrocchie della città. Uno dei momenti più suggestivi è il rito della “calata ra tila” (la discesa della tela) che avviene durante la notte della vigilia di Pasqua: nella zona dell’altare vengono fatte scendere dall’alto delle grandi tele raffiguranti la Passione fino a mostrare il Cristo risorto, il tutto si conclude con un forte scampanio. La domenica di Pasqua si celebra oltre che spiritualmente anche a tavola.

Come si festeggia in Sicilia?

Se volete sapere come gli altri paesi della Sicilia festeggiano la settimana santa cliccate sopra ogni link, perché ho cercato tra i numerosi siti presenti in rete e vi propongo quelli che ho trovato più interessanti, dove trovate la descrizione di ogni cerimonia, certa che ce ne saranno altrettanti ancora più ricchi di informazioni.

  1. Trapani e i misteri
  2. Terrasini e la Festa degli Schietti
  3. Prizzi e i Diavoli
  4. San Biagio Platani (Ag) e gli Archi di pane
  5. Pietraperzia (En) e U Signori de li fasci
  6. Ispica (Rg) e Cristo alla Colonna
  7. Adrano (Ct) e la Diavolata

Cose da vedere in Sicilia. Le tavolate di San Giuseppe

Ancora un giorno e il 19 marzo è alle porte. Doppio festeggiamento: San Giuseppe e la festa del papà.

San Giuseppe, dichiarato da Pio IX l’8 dicembre 1870 Patrono della Chiesa, padre putativo di Gesù, è considerato nume tutelare della famiglia. Non a caso si è scelta questa data per celebrare anche la festa del papà.

san giuseppe

San José y el Niño, El Greco

L’iconografia lo rappresenta con un giglio bianco in segno di purezza. San Giuseppe è considerato anche protettore dei falegnami ma soprattutto dei poveri e degli indigenti. Per questo in molti paesi siciliani, ancora oggi, si preparano tavolate a cui vengono invitati i meno abbienti, serviti direttamente dai padroni di casa. Ogni anno a Palermo si ripete la tradizione in piazza San Francesco di Paola.

Le tavolate di San Giuseppe

Sono una tradizione popolare siciliana e consistono in varie tavole e altari imbanditi di cibo di vario genere che viene offerto come ex voto al santo.

A Palermo e in provincia, come in tutta la Sicilia, San Giuseppe è uno dei santi più amati e in suo onore si allestiscono, appunto, vere e proprie tavole imbandite e ricche di cibo. In questa pagina potete avere un’idea di quelli che sono i paesi siciliani coinvolti nella preparazione delle tavolate e degli altari. Tra le famiglie è molto sentita questa usanza che rappresenta l’abbondanza. Vengono ripresi i piatti della tradizione contadina, tradizionalmente una cucina povera ma ricca di elaborati pani benedetti che realizzano le donne, dalle figure antropomorfe o con ghirigori tali da farli sembrare opere d’arte. Ci sono alcuni pani che rappresentano i simboli della tradizione cristiana: il pesce, la scala, la tenaglie o i tre chiodi. Le donne che realizzano i pani fanno anche riferimento alla natura: una vasta gamma di frutta e fiori prendono vita da queste sapienti mani.

 

tavolate di san Giuseppe

 

 L’uso di allestire degli “altari” per San Giuseppe si ricollega all’antico, quanto affascinante, mito di Persefone. Gli altari, allestiti al fine di chiedere una speciale protezione del focolare domestico e della famiglia dalle avversità, sono ricchi dei tipici pani detti affettuosamente “panuzzi”, che, una volta benedetti, vengono distribuiti ai fedeli. Il pane infatti, è l’alimento di maggiore attenzione durante questa festa in quasi tutti i paesi della Sicilia. Esso, presentato in vari modi ed offerto dopo la benedizione, per San Giuseppe assume diverse varianti decorative.  pani votivi sono plasmati secondo precise forme simboliche cui si ricorreva nel paganesimo, come la chiave o la forbice, e si ricollegano agli oggetti dati ai propri cari per facilitare la fuga dagli inferi. Altre forme, che ricorrono maggiormente nel periodo del cristianesimo, comprendono invece la forma a croce, la colomba simbolica della pace, il pavone che indica l’immortalità, la palma la redenzione, il pesce simbolo del Cristo, l’agnello che ricorda il sacrificio divino e gli angeli l’annunciazione. (fonte)

Altare di San Giuseppe

 

San Giuseppe e il pane

Le foto sono di proprietà di Giuseppe Giordano

 

A Castelbuono, in provincia di Palermo, si festeggia dal 13 fino al 19 compreso. Qui trovate tutte le informazioni di come a Leonforte, in provincia di Enna, festeggiano San Giuseppe; a Salemi, in provincia di Trapani, festeggiano così.

Non solo tavole e altari, ma anche vampe sfinci e pasta con le sarde.

C’è un’altra usanza legata ai festeggiamenti in onore del Santo: le vampe, ovvero i falò, il cui significato era anche quello di riscaldare i bisognosi, ma l’evento si collega al più antico culto legato al sole e all’equinozio di primavera (con la fine dell’inverno si usava bruciare i residui dei raccolti). Le vampe, nonostante siano vietate per i pericoli e danni che ne possono derivare, si preparano dalla sera prima: la legna, o altro di combustibile e di vecchio, viene accatasta in una piazza e  gli viene data fuoco davanti allo sguardo dei ragazzini che schiamazzano e con tutta la voce in loro possesso urlano Evviva San Giuseppe. In questo video avete uno spaccato di vita che si ripete annualmente nei quartieri popolari di Palermo. Se passate da queste parti non allarmatevi per il fumo nero che sale fino al cielo. Sono le vampe!

Ma anche la pancia vuole la sua parte e così vi lascio la sfince e la pasta con le sarde,  due ricette che ha postato Evelin, che lei di cose palermitane e di cibo se ne intende. Infatti scrive:

“E’ un dolce buonissimo che a mio parere racchiude in sé tutta l’essenza della cucina palermitana: la frittura (non per nulla i palermitani sono sempre stati definiti “pariddari” ossia esperti e amanti della frittura), la ricotta, il gusto estetico barocco dei frutti canditi, il pistacchio siciliano, e quel particolare accostamento di dolce e salato che oltre a colpire positivamente il palato, rinvigorisce anche l’animo umano con quel senso di armonia che da secoli le religioni e la filosofia hanno sempre ricercato e che la cucina ha realizzato! Le origini del termine sfincia sono latine (spongia) o greche (sfoggia), ed indicano l’accostamento di questo dolce alla spugna, proprio per la sua particolare consistenza soffice e porosa. La sfincia di San Giuseppe potrebbe avere però derivazione araba. Gli arabi infatti erano specializzati nella preparazione delle sfang, delle frittelle condite con il miele o zucchero, che probabilmente grazie alla fantasia dei pasticcieri palermitani o piuttosto delle pasticciere, perchè a sperimentarsi nei più svariati dolci furono soprattutto le suore dei vari monasteri palermitani, furono arricchite di crema di ricotta e altri ingredienti ricchi di gusto.

sfinci

fonte

8 marzo: La Sicilia è donna.

Niente mimose né feste. Solo un post per non dimenticare che abbiamo ancora tanta strada da fare e che ci sono state tante donne che hanno lottato marciando e urlando il bisogno di attenzione per i propri diritti e a quelle che l’hanno fatto in silenzio. Un piccolo tributo a tutte quelle donne che hanno contribuito a farmi conoscere meglio la Sicilia.

La Giornata internazionale della donna (chiamata, a mio avviso, erroneamente festa) ricorre l’8 marzo di ogni anno per ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui sono ancora oggetto in molte parti del mondo. Questa celebrazione si è tenuta per la prima volta negli Stati Uniti nel 1909, in alcuni paesi europei nel 1911 e in Italia nel 1922, dove si svolge ancora oggi. (fonte)

Nel 2006 è uscito il dizionario biografico delle Siciliane, in tre volumi, edito da Emanuela Romeo di Siracusa. Erano, allora, più di trecento le donne in elenco. Di sicuro l’opera è stata aggiornata e quante biografie siano state finora aggiunte non è un dato in mio possesso. So solo che, da quando sono a Palermo, le donne sono state importanti per il mio vivere la città, mi hanno aiutato nel mio primo impatto devastante. E sono state un esempio di lotta allo strapotere maschile in ogni settore e anche perché continuano a essere fonte di ispirazione con cui confrontarmi per poter raggiungere i miei micro obiettivi.

La Sicilia è donna“, scrive Milena Privitera in un articolo dell’anno scorso e così prosegue:

Sono sempre le donne siciliane che hanno iniziato la resistenza italiana nei primi di agosto 1943. Siciliana è la prima donna italiana a essere votata come Presidente della Repubblica nel 1946, Ottavia Penna Buscemi; come siciliana è la prima donna sindaco di un capoluogo Elda Pucci, sindaco di Palermo, eletta nel 1983; come siciliana è la prima donna preside di facoltà, Margherita De Simone. Donna è la fondatrice di una delle case editrici più importanti in Italia, la Sellerio. E non possiamo non ricordare la siciliana Franca Viola che nel 1965 si rifiutò di sposare l’uomo, un mafioso, che l’aveva rapita e stuprata. Tante sono le donne siciliane che hanno lottato e lottano contro la mafia: Francesca Serio, Felicia Impastato, Saveria Antiochia, Michela Buscemi, Piera Lo Verso, Rita Atria, Giovanna Giaconia, Rita Borsellino, Sonja Alfano, Maria Falcone.

Ho scelto alcune figure femminili che sono state importanti per avermi fatto conoscere aspetti poco chiari di questa realtà, di questo modo di essere che ancora non riesco/posso ad afferrare.

LETIZIA BATTAGLIA, fotografa

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fonti: 1 e 2 e 3

 

GIULIANA SALADINO, giornalista

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Fonte: 1 e 2

 

ROSALIA SINIBALDI, protettrice di Palermo

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ROSA BALISTRERI, cantautrice

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fonte: 1 e 2

FRANCA VIOLA, prima donna a rifiutare il matrimonio riparatore

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fonte: 1 e 2

CARMEN CONSOLI, cantautrice

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fonte: 1

 

FRANCA FLORIO, la “regina di Sicilia”, simbolo della belle époque
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fonte: 1 e 2

 

La Sicilia è donna, come la testa della Gorgone che è il simbolo della sua bandiera, e come le tante donne che ogni giorno in silenzio con grande dignità studiano, lavorano, accudiscono i propri figli e portano avanti la cultura dell’eguaglianza, del rispetto delle diversità, delle reciprocità. (fonte)

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Gli eccentrici siciliani

Prima di partire per un viaggio di solito mi documento. Sia per andare in un piccolo paesino siciliano che in una grande città europea. Leggo, cerco su internet, studio… perché sono sicura che una storia da raccontare ci sia sempre, soprattutto se nascosta tra le pagine di un libro.

Così quando venni per la prima volta in Sicilia, fresca di laurea e con il biglietto regalato dai miei cari amici ignari del fatto che fossi già zitata da alcuni mesi con un siculo, avevo, oltre il bagaglio della letteratura dei classici, tutta una serie di libri che mi avevano ispirato una “caccia alle storie”. Tra questi mi è caro uno che mi aveva catturato per lo strano titolo: Il cane che andava per mare e altri eccentrici siciliani, scritto da Stefano Malatesta, autore che, come si legge nella pagina Neri Pozza “ha cominciato a viaggiare molto presto e da allora non ha mai smesso. È stato viceamministratore di una piantagione di tè alle Seychelles quando queste isole erano una colonia inglese, documentarista di animali, cronista di nera, inviato di guerra. Per la Repubblica scrive da oltre venticinque anni critiche d’arte, recensioni di libri e commenti e soprattutto racconti di viaggio sempre sulle tracce di qualcosa o di qualcuno, riprendendo una certa tradizione del recit de voyage quasi scomparsa nei giornali italiani e oggi fin troppo praticata”. Già la biografia è intrigante. Chissà come scrive e come è scritto questo libro.

stefano malatesta

Sono raccontate 25 storie di siciliani + 1 di un cane + 3 di stranieri che si sono meritati il titolo di eccentrici. “Il risultato è uno straordinario, assolutamente anomalo ritratto della Sicilia, che Malatesta ha scritto nella sua casa siciliana, fortunosamente arrivatagli da un eccentrico” (neri pozza). Anche il modo in cui “ottiene” la casa nel sud dell’isola è così eccentrico che non puoi fare a meno di sorridere e di pensare pure ‘capitasse a me ‘sta fortuna!’. Ho letto con interesse e voracità, senza pause e noia. Alcuni racconti lasciano l’amaro in bocca, altri ti fanno ciondolare la testa avanti e indietro in un movimento concorde a quanto scritto.

In quarta di copertina si legge: “Gli italiani non hanno mai avuto fama di essere stravaganti. Nel corso dei secoli sono stati definiti attraverso una moltitudine di luoghi comuni: geniali, cinici, opportunisti, trasformisti, artisti, umani e brava gente, estroversi, simpatici, impareggiabili amatori e attori nati, anarchici e poco osservanti delle leggi, magnifici nelle avversità e pessimi nel benessere, rumorosi, canterini, superstiziosi, mandolinari e tutto il resto. A nessuno è mai venuto in mente di definirli eccentrici. Gli unici eccentrici italiani, dice Stefano Malatesta, sono i siciliani. E la differenza starebbe in quella forma mentale che si chiama insularità. Un atteggiamento di spirito, un carattere, un modo tutto particolare di vedere le cose per estremi, prima ancora di essere un dato geografico. Luigi Pirandello aveva parlato di corda pazza. Gli eccentrici amano raccontarsi. Chiunque sia andato in Sicilia si è accorto della generale e naturale propensione al racconto divertente e curioso. Storie di personaggi irripetibili, di figure di dissennati, particolarmente numerosi nell’aristocrazia, quasi ci fosse un dovere di stravaganza per titolo e per censo. Vicende esilaranti, ma anche complicate, riferite in innumerevoli e contraddittorie versioni, continuamente arricchite da altre testimonianze anche loro in contrasto. Solo un non siciliano come Malatesta, ma che conosce la Sicilia come pochi altri, poteva avere la presunzione di scriverne, e il piacere di estrarle dalle leggende metropolitane o paesane e di definirle.”

Il racconto che mi ha affascinato è quello delle storie di Rosario La Duca, il più grande conoscitore dell’evoluzione di Palermo, storie al limite della realtà comprese.

estratto Rosario La Duca

 

In rete ho anche trovato un’intervista in cui Malatesta racconta il suo rapporto con le Eolie e dove afferma che “Il siciliano è una monade totale e tutto discende dal suo essere tale. Gli italiani sono molto più cinici, elastici, mentre il siciliano, cinico, non lo è mai. Invece è passionale, e ha la tendenza netta alla tragedia: tende a portare le proprie esperienze all’estremo, ci mette “il carico da 12”, come si dice; è  un “tremendista” come il torero Manolete, che era chiamato così perché era sempre cupo e non rideva ma”. Mi affascina questa definizione. La rivedo in ogni siciliano che incontro. Potete leggere l’intera intervista qua.

Mi fate sapere cosa ne pensate di questa lettura?